PAIN TO POWER

L'album più importante dell'anno?

Pain to Power Album Cover

1. Intro

L'impressione che ho avuto, mentre avevo in cuffia Pain to Power dei Maruja, uscito a settembre di quest'anno, è stata quella di star iniziando a far parte di un movimento più grande di me, guidato da uno spirito di ribellione sovversiva, spinto da un sentimento di rabbia sedimentata e che ora fuoriusciva allo scoperto sotto forma di musica. Si tratta di un progetto che definire adatto alla nostra epoca sarebbe un eufemismo. Sarebbe più corretto dire che questo è un disco necessario, un pezzo di arte che, attraverso pennellate sonore e decise, crea un ritratto pseudo-realista della situazione mondiale odierna.

L'impressione che ho avuto, insomma, è stata quella di star ascoltando il disco più importante dell'anno.

2. Chi sono i Maruja?

Maruja Band

I Maruja sono una band che esiste da molti anni, nata intorno alla metà del decennio scorso nel sud di Manchester sul bus numero 192 quando il frontman, Harry Wilkinson, appena sedicenne, la fondò insieme a Joe Carroll (al sassofono) e che ora è composta da 4 membri.

Nonostante le diverse evoluzioni avvenute nel corso degli anni, i quattro hanno sempre mantenuto l'amore per il jazz, la cui influenza si sente in ogni lavoro. Il processo creativo della band riprende, infatti, la tradizione del jamming: improvvisano durante lunghe sessioni insieme e poi, ancora insieme, riavvolgono il nastro alla ricerca degli inserti sonori che più li convincono, li lavorano ulteriormente, aggiungono o tolgono elementi e, infine, Wilkinson ci scrive sopra il testo.

3. L'importanza del progetto

Pain to Power è un titolo che rimanda, giustamente, al concept dell'intero disco: convertire il dolore, esplorato a fondo nei lyrics di Wilkinson, in un qualcosa di potente, in una forza che finalmente possa fare la differenza in un mondo che sembra guardarci dall'alto verso il basso.

"they take the food out of our hands, how much more until we starve?" o il mantra "They look down on us"
Maruja Performance

Il dolore, il disagio e la debolezza sono ingredienti che condiscono tutto il disco (soprattutto nella prima metà), che però, nelle intenzioni, sembra volersi focalizzare più sulla politica: frasi come "they take the food out of our hands, how much more until we starve?" o il mantra "They look down on us" sono critiche esplicite alla situazione geopolitica in cui vive il mondo, senza mai voler designare un vero e proprio bersaglio, ma facendo comunque passare il messaggio: a loro questo mondo non va più bene.

L'intero progetto sembra l'inizio di una missione di cui i Maruja vogliono farsi carico: mostrare che il dolore può diventare potere, serve solo qualcuno che lo ricordi alla gente. Loro lo vogliono fare e ci riescono tramite il chaos, i poghi ai concerti, o i simboli di denuncia, come l'innalzare la bandiera della Palestina sul palco.

Pain to Power non è tuttavia importante solo per il suo impegno politico odierno e la sua profondità nell'analizzare le più recondite paure umane. La mia convinzione è infatti che questo progetto avrà anche una grande influenza nel panorama mondiale futuro.

Nel mondo underground pop-rock stanno venendo fuori una serie di band che, oltre ad essere molto numerose, stanno portando in auge un polistrumentismo e un virtuosismo compositivo notevole, una sorta di ritorno barocco al chamber pop più classico. Sto parlando di gruppi come gli eclettici Black Country, New Road, capaci di scrivere le canzoni più deprimenti mai concepite (come in Ants from Up There) con la stessa abilità con cui delineano paesaggi fiabeschi e spensierati (come in Forever Howlong di quest'anno). Si potrebbe parlare anche dei Geese e del loro singolare frontman Cameron Winter, il quale canta come se fosse perennemente in uno stato di ebbrezza. Eppure suona bene.

Maruja Sassofono

Questa inquadratura era necessaria per poter capire come anche i Maruja si possano incasellare tra queste nuove leve. Lo fanno pure con molta più prepotenza, mischiando una miriade di generi ed influenze.

Pain to Power si tratterebbe, in teoria, di un album prevalentemente Hip Hop. Lo dicono anche loro, i quali elencano tra le ispirazioni molti artisti hip hop/ hip rock, districandosi tra la rabbia dei Rage Against the Machine all'artistry di Kendrick Lamar. Ciononostante, Pain to Power non sembra (e non è) un album Hip Hop, dal momento che i generi che si dispiegano tra le parole di Wilkinson sono dei più disparati, anche se difficili da etichettare: si parla di post-rock, post-punk, post hip hip, post su Instagram e post sbornia dopo il cenone di Natale.

Fatto sta che non vedo per nulla improbabile il fatto che molti altri ragazzi, magari tra le infuocate fila dei loro concerti, prendano ispirazione da loro quattro e si mettano a suonare qualcosa del genere.

4. Le tracce

La tracklist si pone già dai titoli in una posizione ben precisa: loro sono qui per denunciare, senza mezzi termini né edulcorazione, facendo contemporaneamente i conti con le loro emozioni e con ciò che vedono nel sanguinolento mondo circostante.

Il basso distorto e la batteria frenetica di Bloodsport (la prima traccia) sono una dichiarazione di intenti: questo album sarà una guerriglia, un tentativo di rievocare un campo di battaglia ideologico, in una terra rosso sangue dove non ci saranno né vincitori né vinti.

Nello stesso momento i Maruja ci ravvisano che se ci troviamo su un terreno di guerra, la colpa è di tutti, anche loro, anche nostra:

I'm an addict, addicted to my bad habits
From the dust, we grew up with no trust
Fly with fallen angels to the sun and then combust
It's an eye for an eye, every man for himself
In this place we are parasites that only saw wealth
Look Down On Us

La violenza del pezzo è scandita da un sassofono turbolento, che sembra rimbalzare da un desiderio di delicatezza alla necessità di rappresentare il chaos attorno. Questo strumento sarà un po' il fil rouge di tutto l'album, marcando i numerosi cambi di mood del progetto.

Il video musicale, macabro, rosso, convulso, è fatto apposta per creare ribrezzo e disgusto agli occhi di chi guarda ma, allo stesso tempo, innesca una curiosità morbosa che tiene lo spettatore attaccato allo schermo, semplicemente perché desideroso di vedere che cosa accadrà dopo. Lo stesso effetto lo fa Bloodsport, così come tutto il resto del progetto.

La seconda traccia, Look Down on Us, è allo stesso tempo sia il passaggio più significativo dell'album che quello meglio riuscito. Si inizia con uno stridore che cade subito vittima di un basso distorto e cupo, mentre i lyrics sono violenti ed espliciti: parlano una distopia che assume un aspetto sempre più simile al mondo presente. L'intensità iniziale stordisce l'ascoltatore, che non ha ancora avuto tempo di respirare dal momento in cui ha premuto play.

Dal chaos fuoriescono delle timide note di sax, che diventerà poco dopo protagonista del pezzo con un assolo magistrale, un mix tra raffinatezza e prorompenza che vuole abbattere i confini musicali.

Ci troviamo qualche secondo nel silenzio, prima che Harry Wilkinson riprenda la sua denuncia come in una protesta di piazza:

When a culture is oppressed, we dress up all our trauma
The truth is hard to find hidden deep within ones aura

Il frontman pare dimenarsi tra le sue preoccupazioni e quelle che dominano gli animi di molti, per poi dare vita ad un climax con cui il cantante ci porta mano nella mano verso la liberazione di un grido che pare essere uscito dalla bocca di chi, sconfitto sul campo ma non negli ideali, getta un ultimo suono per farlo riecheggiare per sempre.

Si torna a respirare nella terza traccia, Saoirse (termine che, in gaelico, significa "libertà"): inizia con un sax elegantemente orientaleggiante, per poi lasciare spazio alle doti canore di Wilkinson, per ora rimaste radicate prevalentemente nell'hip hop, che danno vita ad una tragica ballata dove si riflette su come la paura rischi di bloccare ogni tipo di azione che richieda coraggio, anche se queste scelte saranno artefici del nostro destino, facendoci svegliare o in paradiso o all'inferno ("wake up heaven or hell" è il macabro verso iniziale del pezzo).

Il ritornello è caricato di una potenza solenne, dove si afferma:

It's our differences that make us beautiful

Il messaggio, all'apparenza rosa e fiori, cela dietro di sé un significato ben più esistenziale e negativo: le differenze che ci rendono belli sono le stesse che ci rendono sovente anche incompatibili, e così nascono i conflitti e, di conseguenza, le paure. E le scelte difficili.

Born to Die si trova, non a caso, in mezzo alla tracklist e funge quasi da spartiacque: se la prima metà del progetto sembrava il dipinto distopico-realista di una guerra ormai persa, la seconda metà riprende le armi in mano e si dice pronta a combattere grazie ad un rinnovato ottimismo. Un ottimismo che è necessario ritrovare, se si vuole veramente cambiare qualcosa.

Più avanti troviamo Break the Tension, una scossa energica dominata da una batteria incessante, accompagnata da striduli di sottofondo, un sax solenne come mai e un testo estremamente metaforico ed evocativo.

Si arriva al ritornello quasi di botto, come se ci stessimo schiantando contro un muro, ancora incapaci di rompere la tensione all'interno di un universo hardcore. Un'ombra negativa torna a permeare il disco, soprattutto nel momento in cui si canta:

Can't make a difference, can't stop the feeling

Per poi concludere il verso con un'incitazione brutale, dove afferma che è tempo di vendicarsi, dicendo fuck un po' a tutto quanto:

Ain't no more choices, fuck every statement
Fuck waiting patient, hands on the throat
Screaming for vengeance, spite starts to choke

Il progetto si conclude con i quasi 10 minuti di Reconcile, canzone dal titolo e anche dalle intenzioni (bene o male) ottimiste, dove Wilkinson si lascia andare a certi virtuosismi lirici ("change the way we look at things and the things we look at change") e canori (l'urlo/lamento con cui implora di pregare per l'amore "pray for love"). Si chiude con un messaggio ben preciso: quello di non avere paura. In un primo momento Wilkinson rende la sua impavidità soggettiva (I have no fear), poi la universalizza, togliendosi dall'essere soggetto, e trasforma i suoi lyrics in un'esortazione che raggiunge uno stato di catarsi quando ritorna ad incitare alla preghiera per l'amore.

5. Epilogo

L'intenzione del progetto è quello di replicare, per certi versi, quello che Marvin Gaye aveva fatto nel 1971 con What's Going On, una denuncia a cielo aperto ai crimini e alla ferocia della guerra ingiusta che gli USA stavano portando avanti da ormai troppo tempo in Vietnam.

I Maruja, che si sono detti ispirati dal documentario che tratta proprio la creazione dell'album sopracitato, vogliono fare la stessa cosa: vogliono dirci effettivamente cosa sta succedendo, denunciare i crimini di guerra e ricordare a loro stessi (e forse anche ai loro colleghi) quanto la musica possa essere davvero impattante.